Episodio fuori serie. Questa storia vive per conto suo, in un salotto parallelo a quello che conoscete: stessi volti, regole tutte sue. Prendetela come un sogno a occhi aperti della soap, e lasciatevi sorprendere.

Il salotto era pieno di luce, quella luce sfacciata delle undici del mattino che entra dalle tende color miele e illumina tutto, anche le cose che sarebbe meglio lasciare in penombra. Sulla credenza, dietro il divano grigio, una fila di cornici d’argento raccontava una famiglia felice. Frac le conosceva a memoria. Dal suo angolo del divano le aveva guardate per settimane, immobile, con il cilindro leggermente storto e il papillon nero ben dritto sul petto di stoffa.

Frac era un pupazzo a forma di patata. Lo sapeva, e lo portava con dignità. Samantha lo aveva comprato in una boutique di Brera un pomeriggio di pioggia, per pura malinconia, e da allora lui aveva assistito a tutto: le telefonate sussurrate, le buste nascoste fra i cuscini, le sere in cui lei si sedeva accanto a lui e gli parlava come si parla a qualcuno che sa custodire un segreto. Frac li custodiva tutti. Fino a quella mattina.

Carlo entrò a passo di carica, la vestaglia di velluto bordeaux che si apriva sul pigiama come un sipario. Si piantò davanti a Samantha, così vicino che lei sentì il profumo del suo dopobarba, e la sua voce riempì la stanza prima ancora del suo corpo.

Carlo ruggì: «Non puoi avermi mentito così, Samantha, con quella cosa!»

Quella cosa. Frac sentì le due parole posarsi su di lui come polvere. Samantha portò le mani giunte alla bocca, la seta champagne della camicetta che tremava appena. Aveva gli occhi grandi di chi ha provato mille volte un discorso e adesso ne ha dimenticato ogni sillaba.

Carlo e Samantha in salotto, sul divano il pupazzo Frac con cilindro e papillon
Frac, sul divano, ascolta tutto. Come sempre.

Fu allora che Frac decise che il silenzio, per una creatura di stoffa, è una scelta e mai un obbligo. Si raddrizzò quanto glielo permetteva l’imbottitura. Quando parlò, la voce gli uscì profonda e rotonda, da baritono d’altri tempi, e sorprese per primo lui stesso.

Con tutta la calma del mondo, Frac disse: «La prego Carlo, mi chiamo Frac, e porti rispetto a una futura madre.»

Il silenzio che seguì aveva un peso fisico. Carlo guardò il pupazzo, poi Samantha, poi di nuovo il pupazzo, come un uomo che cerca il trucco in un numero di magia. Samantha chiuse gli occhi. Una futura madre. Frac aveva scelto le parole con cura, perché in quella casa ogni parola ormai era una prova a carico.

E poi, da dietro lo schienale del divano, spuntò lei.

Si chiamava Ottavia, o almeno così aveva deciso di chiamarsi la settimana prima. Era fatta di un’altra materia rispetto al resto della stanza: contorni netti, colori pieni, due chignon arancioni come mandarini sopra la testa e occhi enormi, disegnati a mano da qualcuno che amava le domande. In quella casa nessuno sapeva bene da dove fosse arrivata. Compariva quando c’era una verità nell’aria, come le rondini prima di un temporale. Frac la trovava adorabile e leggermente inquietante.

Ottavia si aggrappò al bordo del divano e annunciò, raggiante: «Ma allora, io avrò un fratellino di peluche!»

Frac sentì qualcosa sciogliersi nel petto di gommapiuma. Un fratellino. Carlo, invece, sembrò invecchiare di dieci anni in un secondo. Samantha si portò le mani al petto, lo sguardo puntato al soffitto, come se la verità potesse scendere da lassù e salvarla.

Samantha ansimò, con la voce rotta: «Nessuno doveva saperlo finché non avessimo aperto i test del DNA!»

I test del DNA. Ecco la busta che Frac aveva visto passare di cassetto in cassetto. Ecco perché da giorni Samantha controllava la posta due volte, e perché la sera lo stringeva forte, lui, il pupazzo, come si stringe l’unico testimone. Frac sapeva che i risultati esistevano. Sapeva anche che nessuno li aveva ancora letti.

Le doppie porte in fondo al salotto si spalancarono con uno schianto che fece tremare le cornici d’argento.

Sulla soglia c’era un uomo. Stempiato, un maglione blu notte da professore di liceo, pantaloni grigi stirati con una precisione quasi militare. Teneva fra le mani una busta gialla del laboratorio, grande e gonfia, e la stringeva come si stringe un testamento. Frac lo riconobbe subito: era Ermanno, il tecnico del laboratorio di analisi in fondo alla via, quello che faceva sempre un cenno troppo educato quando Samantha passava a ritirare i referti con il pupazzo sottobraccio. Frac aveva sempre creduto che quel cenno fosse per lei.

Ermanno avanzò di tre passi e pronunciò, scandendo ogni sillaba: «Ho io i risultati del laboratorio. E qui dentro c’è una sola certezza.»

Un uomo in maglione blu con una busta del laboratorio entra dalla doppia porta
Ermanno, la busta, una sola certezza.

Carlo e Samantha si voltarono nello stesso istante, con la stessa faccia. Per la prima volta dopo tanti mesi erano d’accordo su qualcosa.

Insieme, gridarono: «Chi è il padre?!»

Il tempo si spezzò in tre. Frac lo vide accadere: il salotto si divise in strisce, come una pagina di fumetto, e in ognuna c’era una faccia sconvolta. In alto Carlo, gli occhi spalancati e il mento ancora alto per abitudine. Al centro Ottavia, la bocca a forma di o, i chignon dritti per lo spavento. In basso Samantha, le perle alle orecchie che oscillavano come pendoli. Tre facce, due materie, un solo sgomento.

Ermanno aprì la busta. Estrasse il foglio con due dita e lo guardò appena, come chi ne conosce il contenuto da giorni. Poi sollevò lo sguardo e lo posò, con una gentilezza terribile, su tutti e due.

Con voce piana, Ermanno disse: «Nessuno di voi due. Il padre sono io.»

Frac chiuse gli occhi di plastica. Adesso tutto aveva un senso: i cenni troppo educati, i giovedì al laboratorio, quella sensazione di essere guardato davvero, per una volta, e non soltanto spolverato. Quel saluto, per tutto quel tempo, era stato per lui.

Carlo guardò Samantha. Samantha guardò Ermanno. Ottavia guardò dritto verso di noi, come se sapesse benissimo che stavamo guardando anche noi. E sopra le loro teste, in lettere dorate, la stanza scrisse da sola il suo titolo: Dimmi che è vero, Il Test del DNA.


Questo era un episodio fuori serie, un esperimento nato per giocare con il mondo della soap, dove fotografia e cartoon convivono nello stesso salotto. Le storie della serie principale continuano altrove: se vuoi ritrovare Carlo e Samantha nella loro trama, comincia da La busta di Samantha.

Il video dell’episodio è su Instagram: segui @dimmicheevero e scrivi nei commenti chi pensi che sia davvero Ermanno. E se Frac meriti una serie tutta sua.

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