Episodio fuori serie. Questa storia vive per conto suo, in un salotto parallelo a quello che conoscete: stessi volti, regole tutte sue. Allacciate le cinture, perché qui la soap cambia marcia.
Il contratto era arrivato con la posta del mattino, in una cartellina azzurra che odorava di toner e di avvocati. Adesso stava fra le mani di Ermanno, seduto sul divano grigio con il maglione blu notte tirato fino ai polsi, e lui lo leggeva a voce bassa, riga dopo riga, con la serietà di un notaio davanti a un’eredità contesa. Accanto a lui Samantha si teneva la fronte con una mano, i capelli biondi che le cadevano sul viso come una tenda tirata in fretta.
Il punto era l’articolo sette. Ermanno lo rilesse due volte, per scrupolo: alla parte denominata Brioche spetta il cinquanta per cento delle crocchette prodotte, acquistate o comunque introdotte nell’abitazione. Brioche era il Jack Russell. Stava sul tavolino di marmo, in mezzo alle ortensie bianche, con le zampe anteriori ben piantate e l’aria soddisfatta di chi ha appena vinto una causa senza neppure presentarsi in aula.
Dalla credenza, fra le cornici d’argento, Frac osservava la scena. Il cilindro un po’ storto, il papillon in ordine, il sorriso cucito di chi ha visto troppe mattine come quella. Il pupazzo sapeva che Brioche aveva un avvocato. Lo aveva visto entrare il martedì, con una valigetta e un biscotto in tasca.

Alle loro spalle Carlo camminava avanti e indietro davanti alla finestra, la vestaglia di velluto bordeaux che frusciava a ogni giro come una bandiera ammainata. Si fermava, si portava una mano alla tempia, ripartiva. Sei passi verso le tende, sei passi verso la credenza. Il parquet scricchiolava sempre nello stesso punto, e ogni volta Brioche alzava un orecchio.
Alla fine Carlo esplose, spalancando le braccia: «Ma questa non è una famiglia, è un circo a pedali!»
Samantha sospirò dentro la mano. Ermanno sollevò gli occhi dal foglio con la calma di chi ha già messo in conto ogni urlo. Brioche sbadigliò. Fra tutti i presenti, era l’unico a dormire bene la notte.
Poi arrivò il rumore.
Partì da lontano, dal fondo del corridoio, un ronzio che diventò un rombo e poi un fischio di gomme sul parquet lucidato. Le doppie porte bianche si spalancarono di colpo e lui entrò in derapata, lasciando sul legno due strisce nere che la donna delle pulizie avrebbe maledetto per settimane.
Si chiamava Gas. Era fatto della stessa materia di Ottavia, contorni netti e colori pieni, come se qualcuno lo avesse disegnato a pennarello su un foglio e poi lo avesse lanciato dentro la realtà senza chiedere permesso. Un collo lungo e arancione, un ciuffo di capelli ribelli color ruggine, due sopracciglia aggrottate da pilota alla vigilia del Gran Premio. Al posto delle gambe, una gonna rossa a campana montata su quattro ruote piccole e velocissime.

Gas frenò a un palmo dal divano, girò su se stesso in un mezzo testacoda e si fermò esattamente fra Ermanno e Samantha, come una macchina che rientra ai box con un giro di vantaggio. Guardò il contratto. Guardò Brioche. Poi alzò lo sguardo, lentamente, fino a Carlo.
In quella casa tutti sapevano che Gas compariva soltanto nei momenti di crisi. Chi lo chiamasse restava un mistero. Samantha sospettava di Frac, Frac sospettava di Brioche, e Brioche fingeva di dormire.
Carlo si era fermato a metà del suo settimo giro. Teneva le mani nelle tasche della vestaglia e il mento alto, come sempre quando stava per perdere una discussione. Gas socchiuse gli occhi e prese la mira.
Con la voce di un telecronista alla curva Parabolica, Gas sentenziò: «Tu hai il carisma di un motore fuso a Monza.»
Il silenzio che seguì sapeva di olio bruciato. Samantha si tolse la mano dalla fronte e, per la prima volta in tutta la mattina, quasi sorrise. Ermanno abbassò lo sguardo sul contratto e annotò qualcosa a margine, forse una nuova clausola. Frac, dalla credenza, inclinò il cilindro di un grado, che per un pupazzo equivale a un applauso.
Carlo aprì la bocca per rispondere. La richiuse. La riaprì. Somigliava a un motore che tenta l’avviamento in una mattina d’inverno, e tutti, nella stanza, sentirono distintamente il colpo a vuoto.
Brioche scese dal tavolino con un balzo elegante, si sedette ai piedi di Gas e lo guardò con devozione. Le alleanze, in quella famiglia, cambiavano più in fretta delle gomme ai box. Il cinquanta per cento delle crocchette meritava un pilota all’altezza.

Gas si voltò verso di noi, le sopracciglia ancora aggrottate, come se aspettasse il verdetto dei commissari di gara. Dietro di lui Carlo restava immobile, Samantha tratteneva il respiro, Ermanno rimetteva il contratto nella cartellina azzurra. E sotto le ruote rosse, in lettere bianche e rosse come uno striscione d’arrivo, la stanza scrisse da sola il suo titolo: Dimmi che è vero, Pit Stop d’Emergenza.
Questo era un episodio fuori serie, un esperimento nato per giocare con il mondo della soap, dove fotografia e cartoon convivono nello stesso salotto. Se ti sei perso il precedente, comincia da Il Test del DNA. Le storie della serie principale continuano invece da La busta di Samantha.
Il video dell’episodio è su Instagram: segui @dimmicheevero e scrivi nei commenti chi merita la bandiera nera in questa famiglia. E se Brioche abbia fatto bene a cambiare scuderia.




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