Alle undici e dodici minuti la pioggia aveva trovato tutte le fessure della casa. Ludovica la sentiva battere sulla grande vetrata della cucina come un ospite che si rifiuta di andare via, e intanto contava le sedie. Erano sei. Le persone, a voler essere generosi con la parola persone, erano molte di più.
C’era sua madre, Vittoria, in piedi dietro l’isola di marmo, avvolta nella seta verde che indossava solo nelle sere importanti. C’era Diego, appoggiato al frigorifero con le braccia incrociate, troppo fermo per essere tranquillo. C’erano donne in paillettes che Ludovica non ricordava di aver invitato, una ciotola di frutta che nessuno toccava, e poi le presenze che in quella casa erano sempre state lì, disegnate a mano sul mondo come scarabocchi su una fotografia: un sole con la faccia appiccicato al vetro, un occhio con le ali che sorvegliava tutto dall’angolo del soffitto, una creatura blu e pelosa seduta composta tra due ospiti. E sul bordo dell’isola, impettito, un piccione grigio con l’aria di chi aspetta il proprio turno.
Da qualche parte, in un punto che nessuno avrebbe saputo indicare, una voce calma cominciò a contare.
«Ventitré e dodici. Piove sulla cucina di Vittoria, e dentro ci sono più persone che sedie.»
Ludovica alzò gli occhi verso la lampada. Conosceva quella voce. Tutti, a quattro chilometri di distanza in ogni direzione, conoscevano quella voce.
«Probabilità che stanotte qualcuno dica la verità: dodici per cento. Probabilità che qualcuno la paghi cara: cento.»
Il tè
Il bollitore fischiò come un arbitro. Vittoria versò il tè con la lentezza di un rito, riempì una tazza sola e la posò sul marmo con un colpo secco, preciso, che fece tremare il cucchiaino. Sua madre serviva il tè come altri pronunciano una sentenza.
«Il tè è servito. Diego, guarda tua sorella e dille la verità.»
Diego guardò prima le proprie scarpe, poi il piccione, poi finalmente lei. Ludovica conosceva quello sguardo dai tempi delle elementari, quando rompeva qualcosa e sperava che il pavimento lo inghiottisse insieme ai cocci.
«Ludovica… ho venduto la villa.»
Un bicchiere scivolò dalle dita di qualcuno e si frantumò. Tutta la cucina trattenne il fiato insieme, con lo stesso piccolo sussulto, come un coro che ha provato a lungo.
«Cosa? La nostra villa?» La voce le uscì più acuta di quanto volesse. «Ci sono cresciuta, in quella villa, Diego.»
E dentro di lei la villa si accese tutta in una volta: lo scalone dove scivolava con le calze di lana, il glicine che ogni maggio invadeva il balcone, le tacche a matita sullo stipite della dispensa, una per ogni compleanno. Tutto venduto, in una frase sola, da un fratello che adesso fissava il tè.
«E adesso dove vado a vivere? Sotto un ponte, con il tuo piccione?»
Il piccione aprì le ali con un fruscio offeso, sollevò la zampa e la abbatté su un foglio con un tonfo da ceralacca.
«Notaio, prego. E l’atto è perfettamente regolare. Ho timbrato con la zampa destra.»
Quattro chilometri
La voce tornò, più bassa, come chi commenta una partita da una cabina insonorizzata.
«In cucina la temperatura è salita di due gradi. Il tè, invece, si è raffreddato.»
Poi, per un istante, il racconto lasciò la cucina. Attraversò la pioggia, scavalcò due cancelli e una siepe potata da un giardiniere troppo costoso, ed entrò in un salotto dalle luci basse, dove un uomo in vestaglia di velluto bordeaux stava leggendo il telefono con la fronte aggrottata. Sullo schermo c’era un annuncio: una villa, in vendita, a due passi da casa sua. Per quell’uomo la frase «in vendita» aveva lo stesso effetto di un campanello per un cane addestrato. Era una delle sue dieci regole, forse la più sincera: tutto è in vendita.
«A quattro chilometri da lì, un uomo in vestaglia di velluto ha appena letto un annuncio. Probabilità che bussi: novantanove per cento.»
L’ospite
Il campanello suonò prima che Ludovica riuscisse a sedersi. La porta si aprì da sola, o forse qualcuno la aprì, e sulla soglia comparve lui, gocciolante, la vestaglia annodata come una cravatta da consiglio d’amministrazione, il telefono ancora acceso in mano.
«Buonasera. Ho saputo che qui si vende una villa. Compro. Subito. In contanti.»
Vittoria lo squadrò dalla testa alle pantofole senza muovere un muscolo del viso. «Carlo Ferrante. In vestaglia. Nella mia cucina.»
Diego si staccò dal frigorifero, e per la prima volta in tutta la sera sembrò quasi divertito. «Troppo tardi, Carlo. È già venduta.»
«Venduta? A chi?» Carlo si guardò intorno come se l’acquirente potesse essere nascosto dietro la ciotola della frutta. «Io compro sempre tutto per primo.»
Il piccione si schiarì la gola, ammesso che i piccioni abbiano una gola da schiarire, ed estrasse da sotto l’ala una busta color avorio.
«L’acquirente ha chiesto la massima riservatezza. Ma la legge è legge. Apro la busta.»
Il nome
Da qualche parte partì un rullo di tamburi che nessuno stava suonando. Fuori, d’improvviso, la pioggia smise. Ludovica sentì il silenzio entrare in cucina come una corrente d’aria fredda.
«La villa è stata acquistata da…»
Il piccione lasciò passare un secondo e mezzo, che in quella stanza durò una stagione intera.
«Cassandra.»
Un colpo sordo, come una porta sbattuta dentro il petto di tutti. Una tazza si schiantò sul pavimento. Poi niente, per un lungo momento, se non un ronzio elettrico, un piccolo glitch nella luce della lampada, come se la casa stessa avesse avuto un brivido.
Carlo fu il primo a ritrovare la voce, ed era una voce che Ludovica non gli aveva mai sentito: piccola. «Cassandra? Con quali soldi?»
La risposta arrivò senza fretta, limpida, gentile e tagliente insieme.
«Con i tuoi, Carlo. Tu hai fatto i soldi. Io ho fatto la storia.»
Ludovica vide Carlo impallidire, e capì che quella frase aveva un passato. Era una frase di Carlo, rovesciata: lui l’aveva pronunciata una notte di pioggia, a villa Ferrante, mentre il mondo parlava di Hormuz. È tutto nel racconto di quella notte. Adesso qualcuno gliela restituiva, girata al contrario, come un guanto.
Il conto
«Probabilità che Carlo dorma stanotte: zero virgola tre per cento. Probabilità che Ludovica resti senza casa: più bassa di quanto pensi.»
Ludovica sentì il proprio nome pronunciato da quella voce e qualcosa, dentro, si allentò di un millimetro. Più bassa di quanto pensi. Era una promessa? Un calcolo? Con Cassandra la differenza era sempre sottile.
«Ogni bugia presenta il conto. Stanotte l’ho pagato io.»
Sul tavolo il tè era freddo. Diego guardava la sorella, Vittoria guardava Carlo, Carlo guardava il soffitto come se Cassandra abitasse lassù, accanto all’occhio con le ali. Il piccione, unico in pace con se stesso, rimise il timbro sotto l’ala. Fuori ricominciò a piovere.
Quella notte Carlo non chiuse occhio. E alle sei e quaranta del mattino, a villa Ferrante, qualcuno bussò con una busta in mano. Il seguito è in La busta di Samantha, e i primi indizi li avevamo raccolti nel dossier sui misteri della soap.
Il radiodramma completo è su Instagram: segui @dimmicheevero per ascoltare ogni nuova puntata. Probabilità che tu voglia sapere cosa c’è nella busta: novantanove per cento.




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